COME ALL’USCITA DI SCUOLA
Aprile 20, 2009
La cosa più bella nel frequentare giornalmente il Tribunale è assistere al rito che si celebra con regolarità nel cortile antistante, e che sembra riportarti indietro ai tempi del liceo.
Dopo l’udienza tutti sono più rilassati. Si fuma, si discute, ci si conosce. Con le belle giornate, poi, si può assistere a gruppetti di avvocati dall’indiscusso valore morale voltarsi con nonchalance al passaggio di qualche praticante che osa azzardare una gonna troppo corta.
“Ammazza che bona Tizia!”.
Solitamente in quell’istante sopraggiunge un altro collega a riportare tutto alla normalità.
“Sabato ci vediamo al circolo del tennis eh! Porta tua moglie, mi raccomando. Salutamela tanto!”.
Come a scuola le allegre discussioni si interrompono al passaggio occasionale di un professore/giudice, che tutti saluteranno al grido di “buongiorno Consigliere!” (anche il giudice in servizio da un mese è per tutti ‘consigliere’).
Quello accennerà un saluto veloce, ma non appena si sarà allontanato per fare rientro nelle sue stanze sommerse dai fascicoli, il parere sarà unanime. “Sto stronzo. Non mi ha liquidato le spese”. “Incapace”. E così via.
E come a scuola ci sono i litigi. Fermandoti a fumare in cortile potrai assistere con frequenzaad espisodi analoghi al seguente.
Tre avvocati chiacchierano amorevolmente del più (figa) e del meno (diritto). Un quarto si avvicina trafelato. “Salve”, “Buongiorno collega”. Il collega trafelato ha qualcosa da dire. “Ma che mi hai pignorato?? Ti avevo mandato i conteggi!”.
Al liceo il siparietto si sarebbe concluso con una frase: “se beccamo fuori!”.
In Tribunale la scena si conclude diversamente.
“Non c’è problema, collega. Tante care cose, collega”.
Sarà la maturità acquisita con l’età, ma tutti sembrano più buoni. Non voglio dare importanza al fatto che quando il collega pignorato si allontana venga apostrofato con uno “stronzo”. Avevano chiamato così anche il giudice poco prima, ma io so che in fondo c’è grande rispetto.
Rispetto al liceo mancano i gavettoni.
Ma si sa, crescendo bisogna imparare a fare delle rinunce.
GIORNO DI UDIENZA
Aprile 15, 2009
Questa mattina sono stato in udienza.
Non che questa sia una notizia bomba, ma sono successe almeno un paio di cose che meritano di essere raccontate.
L’udienza si celebrava per una causa rilevante, dal cospicuo valore.
Di solito quando hai la fortuna di assistere un cliente in un procedimento importante, puoi stare sicuro del fatto che la tua controparte sarà un primario studio internazionale. Uno di quelli in cui la carta intestata non è mai abbastanza grande per contenere tutti gli illustri nomi.
L’udienza era fissata per le 9.30. Il collega di controparte si è presentato in ritardo, attorniato di praticanti che lo seguivano neanche fosse un predicatore protestante. Blackberry in mano, completo blu notte su misura, come la camicia con iniziali ricamate. L’origine nobiliare era evidente, perchè le cifre sulla camicia assomigliavano più ad un codice fiscale che ad un acronimo. Cappotto elegante e capelli freschi di taxi completavano il tutto.
I praticanti si guardavano intorno un pò smarriti un pò boriosi, consapevoli di appartenere alla classe degli eletti.
Con grande difficoltà ho spiegato al collega che l’ordine del mucchio che era stato creato non prevedeva alcuna possibilità di essere disatteso.
“Ma l’udienza era fissata per le 9.30! Qua finiremo all’una!” ha esclamato adirato.
“A parte il fatto che l’udienza era fissata proprio alle 9.30, ma adesso sono le 10.15. Comunque si, faremo l’una”, ho replicato io. E avrei anche aggiunto “welcome to hell”, come mi fu insegnato nei miei primi giorni di pratica, ma mi sono limitato a fare una faccia cattiva ad uno dei suoi praticanti, sussurrando ‘Bu!”, come per fargli paura.
Quello si è riparato dietro all’impermeabile Fay e ha cominciato a cercare nervosamente il suo BB (Blackberry), più per abitudine che per vezzo o necessità.
Il tempo di attesa è stato snervante ed il giudice in questione non era un amante dell’aria condizionata. Io ero a conoscenza di ciò che mi aspettava, ed il mio abbigliamento leggero e non troppo formale mi ha aiutato non poco a rimanere vivo.
Il mio collega sembrava perfetto per un meeting con l’a.d. di una multinazionale, ma non per sopportare la temperatura primaverile di Roma con il suo completo di sartoria. Gli ho fatto presente – inutilmente – che se avesse ritienuto avrebbe potuto verbalizzare e quindi allontanarsi, trattandosi di udienza per precisazione delle conclusioni, quasi una formalità nel nostro caso. Non si è fidato. E’ rimasto lì.
Io invece sono uno che si fida troppo. Al momento di trattare la causa mi sono accorto che uno dei miei atti in originale era sparito dal fascicolo. Il giudice ha disposto la custodia del fascicolo in cassaforte, dove giacerà assieme al segreto sull’identità del misterioso ladro.
Io non penso che il collega si possa essere macchiato di una simile onta, non potrò mai pensarlo di un collega. Voglio pensare che si sia trattato piuttosto dell’iniziativa di uno dei lettori più critici del mio blog, che si è voluto assicurare un mio atto autografo. Magari un giorno potrà rivenderselo su E-bay.
Trattando l’udienza, finalmente l’illustre collega si è sentito sollevato. Avrebbe potuto finalmente fare sfoggio della sua scienza.
“Pertanto si insiste per l’accoglimento della domanda ecc… ecc…”. Si sta riportando alle conclusioni leggendole direttamente dall’atto introduttivo.
Ehi, un momento, l’attore sono io!
Sta leggendo la mia citazione! Ecco dov’era finita…
Preso dall’imbarazzo, osserva con disprezzo la pletora dei suoi praticanti e poi, guardando il giudice, azzarda una scusa: “Chiedo venia, ma con tutto questo overlapping tra inglese ed italiano nel mio lavoro, è facile fare un pò di confusione…”.
Niente cassaforte. Peccato. Sarebbe stata una prima volta emozionante.
LEI CHE DEVE FARE, AVVOCATO?
Marzo 19, 2009
C’è una sezione del Tribunale dimenticata da Dio e dagli uomini. E’ ubicata in un sottoscala ed è adibita ad archivio.
Una sola persona ne gestisce il controllo, ed è una persona che probabilmente non è nel pieno delle sue facoltà mentali.
Anni di confronto verbale e – talvolta – fisico con praticanti e ragazze delle agenzie la devono aver segnata così profondamente da averla portata ad una punto di non ritorno.
Questa cancelleria è il tipico luogo che un qualsiasi avvocato non vorrebbe mai frequentare e per questo motivo in fila fuori dalla porta non troverete mai nessuno che abbia superato il tanto agognato esame di abilitazione.
Al momento di varcare la soglia che divide il corridoio dall’angusta stanza mi è capitato di sentirmi teso come il protagonista di “Fuga di mezzanotte” che si accingeva a sfidare i controlli della scrupolosa dogana aeroportuale turca.
Il rituale è sempre lo stesso.
Tu guarderai la cancelliera, chiedendole gentilmente di poter ritirare un fascicolo.
La cancelliera guarderà altrove, restando impalata, ipnotizzata alla vista di qualcosa che solo lei riesce a distinguere, e ti risponderà così: “ripassi domani”.
A nulla varranno le tue insistenze, perchè dopo inutili proteste lei ti guarderà ancora più incantata e ti dirà: “lei che deve fare avvocato?”.
Le prime volte pensavo si trattasse di uno scherzo, poi ho compreso che quella cancelleria è davvero dannata.
Sarà stata l’assenza perenne dei raggi del sole, l’immensa quantità di carta putrida, ma l’impressione è di trovarsi in un manicomio giudiziario.
La tua unica speranza è di varcare quella soglia nella giornata giusta, in cui la gentile ma decisa signora non si perderà in improbabili discorsi con interlocutori immaginari, e finalmente deciderà che è giunta l’ora del fatidico “domani”.
Uscendo dalla stanza si può ancora udire la povera malcapitata rivolgere domande ad avvocati inesistenti.
“Lei che deve fare avvocato?”.
A volte penso che si tratti solo di un brutto sogno, dal quale spero di svegliarmi presto.
Qualcuno ha capito di quale cancelleria sto parlando?
LA DURA VITA DEL PRATICANTE MEDIO
Marzo 16, 2009
Esiste un termometro per valutare la capacità di un praticante e serve anche a comprendere quale sia il grado di stima che il proprio dominus ripone in lui.
Se un qualsiasi avvocato crede davvero in un praticante comincerà ad affidargli qualche udienza, o a fargli preparare la bozza di qualche atto. Altrimenti per il malcapitato ci saranno solo incarichi rognosi.
Ultimamente sto frequentando poco il Tribunale, perchè la mia nuova casa è l’ufficio postale. Credo che l’improvviso cambiamento delle mie mansioni non sia sintomo di miglioramento, anzi. Dopo essere riuscito ad inviare venticinque raccomandate in una giornata di semisciopero, le mie azioni sono nuovamente salite.
Il dominus mi ha convocato per comunicarmi il mio imminente ritorno in Tribunale. Questa volta dovrò sfidare gli addetti al servizio di traduzioni giurate. In poche parole mi è stato attribuito l’ingrato compito di recarmi in Tribunale, apporre una serie di timbri e sostenere di essere un “esperto conoscitore” della lingua rumena. Il tutto dopo aver rispettato la consueta fila, ovvio.
Pertanto, dopo aver svolto il mio compitino con grande cura, busso alla porta e timidamente entro nell’ufficio traduzioni. La cancelliera mi guarda e dopo aver esaminato i documenti mi dice: “Certo che con quella ragazzina l’avete proprio combinata grossa”. Accenno un sorriso di circostanza, senza sforzarmi minimamente di farle capire che io non sono rumeno. La zelante signora mi guarda un pò indispettita e continua: “E adesso giura!”.
Le rispondo: “T’appartengo, ed io ci tengo e se prometto poi mantengo”.
La mia interlocutrice mi guarda esterrefatta, forse rimanendo sconcertata del fatto che anche in Romania possano conoscere Ambra. Mi scuso e le chiedo di fare in fretta, dati i miei improcrastinabili impegni. Ho due bambini ad aspettarmi all’uscita di scuola.
Giuro di essere un esperto conoscitore della lingua rumena. D’altronde anche i miei genitori avevano giurato di amarsi e rispettarsi nel dolore e nella difficoltà. Non so se il fatto che mio padre stia a spassarsela a Santo Domingo mi abbia spinto a giurare senza troppe remore.
Perdipiù loro il giuramento l’avevano fatto davanti a Dio, che con tutto il rispetto per la signora che mi siede davanti con le scarpe sfilate per metà e lo sguardo assonnato, è un’istituzione che dovrebbe suscitare ben altra considerazione rispetto ad una cancelleria che Dio stesso sembra aver dimenticato.
Terminata la procedura ci scambiamo un rapido saluto e posso tornare finalmente alle mie occupazioni quotidiane.
Sono quasi le 2.
I figli del dominus mi staranno già aspettando incazzati davanti alla scuola.
Temo che domani mi toccherà nuovamente l’ufficio postale.
LE CANCELLERIE: CALMA E SANGUE FREDDO
Marzo 3, 2009
Per me stamattina “giri di cancelleria”.
La novità prevede che l’accesso alle cancellerie sia stato razionato, come si faceva in tempi di guerra per ottenere la propria misera pagnotta.
Ogni tanto, quando la porta si apre per consentire l’uscita ad un collega, il fortunato di turno potrà varcare la soglia della stanza che raccoglie i fascicoli. Qualcuno prova spesso a fare il furbo accodandosi al proprio predecessore nella fila, ma ogni velleità furbesca viene bruscamente uccisa dalla cancelliera severa, che al grido di “Uno alla volta!!!”, riporta le cose al loro corso.
Le attese sono lunghe, perchè all’interno della cancelleria i malcapitati sono costretti a cercare da soli il proprio fascicolo, a volte con risultati comici. Molte cancellerie sono dotate di un archivio semimobile, in cui maneggiando apposite leve gli archivi si aprono a scomparsa. Si mormora che qualcuno sia rimasto intrappolato nell’infernale ingranaggio e sia stato dato in pasto agli uscieri, ma sembra più verosimile ritenere che i resti umani siano stati destinati ai piccioni che passeggiano tronfi in cortile.
Nell’attesa di verificare il proprio fascicolo si mantiene il posto in fila e si fa amicizia con i propri sodali, riuscendo anche a carpire utili informazioni di servizio. I fascicoli della sezione X vanno richiesti il martedi dalle 12 alle 13 mentre quelli della sezione Y vanno richiesti il secondo venerdi del mese la mattina dalle 9 alle 10 e il terzo lunedi del mese dalle 11 alle 12. C’è da impazzirci dietro e sulla mia agenda ho costruito un form che potrei agevolmente permettermi di vendere ai praticanti più inesperti, semplificando di molto la loro – dura – vita.
Fuori dalla cancelleria, nel buio corridoio – qualcuno li ha paragonati ai corridoi degli ospedali, ma a mio avviso ci sono molte più similitudini con le camere mortuarie: luci scarsissime e odore di muffa – ci sono degli armadi, che nessuno ha mai osato aprire. Oggi, sentendomi particolarmente curioso, decido di sfidare la sorte e mi avvicino a uno di questi armadi. Prima ancora che io lo possa aprire mi accorgo della presenza di fascicoli adagiati in terra, alla mercè della folla che ogni giorno passeggia per quei luoghi dannati.
Scopro così che il calciatore A.R. sta divorziando dalla moglie e che le sue dichiarazioni dei redditi giaciono indisturbate sul pavimento. Ci sono anche delle foto compromettenti della moglie che per discrezione evito di ammirare, ma che qualcuno prima di me avrà già guardato decine di volte.
Per questo motivo, quando giunge finalmente il mio turno di accesso in cancelleria, mi permetto di chiedere quale sia il motivo di tenerci fuori in attesa neanche fossimo dal dentista. “E’ per la privacy, avvocà, che nun ce lo sa?”. C’è una risposta a tutto, penso io, mentre mi metto alla ricerca del fascicolo.
Dopo averlo trovato mi prodigo inutilmente nell’analisi di alcuni documenti depositati da controparte. Non ci riesco, l’intera cancelleria è pervasa dalla musica che la radio di una cancelliera suona a volume non indifferente. Un cantante italiano non-meglio-precisato sta ripetendo come un mantra “Ci vuole calma e sangue freddo, calma, ieeee”.
In quel momento un collega incazzato fa il suo ingresso, in assoluto spregio di tutte le regole autoimposte di fila. “Allora! E’ un’ora che aspettiamo! Ci avete resi prigionieri! Vogliamo entrare!”.
La cancelliera non alza nemmeno lo sguardo e mentre appone un paio di marche da bollo, vile tributo da corrispondere alla patria in cambio di giustizia, laconicamente risponde: “Avvocà, la sente la canzone? Ecco, con calma esca fuori e aspetti il suo turno”. Senza battere ciglio l’avvocato ubbidisce. Resta da chiarire chi abbia mostrato più sangue freddo.
Intanto la folla ringhiante, là fuori, attende il proprio turno anelando ad una riforma del sistema che, ne siamo certi, non vedrà mai la luce.
L’ESAME SCRITTO 2/2
Marzo 2, 2009
L’esame prosegue stancamente, tra una dettatura interrotta causa microfono difettoso e la ricerca di una sentenza che sembra essere ad appannaggio solo dei fortunati possessori del codice appropiato.
Ogni anno tale fortuna tocca a persone diverse. Mi pare di aver capito dalle statistiche che gli anni pari sono riservati ai codici Alfa, mentre quelli dispari a quelli Beta. Il punto sta nel comprenderlo in anticipo, prima di lasciare una lauta somma alla casa editrice sbagliata.
Col tempo sarei diventato collezionista di codici, uno per ogni esame scritto. Quando li guardo nella libreria di studio posso associare ad ognuno di essi delle memorie più o meno felici (più meno che più).
“Oh, guarda, il codice Alfa. Me lo ricordo quell’anno, quando arrestarono quel tipo che cercava di vendere davanti alle toilette i compiti di Catanzaro”.
“Ehi, ma quello è il codice Beta. Quanti ricordi. Quello fu un dicembre particolarmente freddo e piovoso. Quell’anno il mio elaborato fu ricordato da tutta la Corte di Appello”.
Dovete sapere che l’esame scritto – per quanto oggi si parli di imminente riforma – consiste da tempo nella redazione di due pareri (uno di civile ed uno di penale) e di un atto.
Quell’anno decisi di esprimere il mio parere sincero, e non quello frutto della consultazione smasmodica di immensi codici. Scrissi “il mio parere è che si tratta di un’immensa farsa”.
Scoprii in seguito che ciò che mi era stato richiesto era un parere su una questione legata agli istituti della separazione e del comodato di casa coniugale, e non la mia opinione sull’esame. Qualcuno fece meglio di me perchè sul compito scrisse “Pur de divorzià da mi moglie je lascio pure a casa”. Il suo genio non fu compreso dagli zelanti esaminatori.
Al termine della prima giornata la stanchezza ed il freddo si fanno sentire parecchio. Ci si affida alle proprie forze nervose e dopo aver riposto con cura tutti i propri codici nella borsa si fa ritorno a casa, pronti a ripartire. Il terzo giorno ci si conosce un pò tutti.
Nei mesi successivi capiterà spesso di imbattersi in Tribunale nei propri compagni di sventura, con i quali si intratterranno dialoghi del tipo: “Hai visto? Ho controllato le soluzioni, credo di aver indovinato il parere. Poi l’hai chiesto il numero di telefono a quella bionda che era seduta davanti a te?”.
Per mesi, però, nessuno farà accenno ai risultati. Noi futuri avvocati sappiamo bene che la pazienza è una dote fondamentale per sopravvivere. L’esame termina a metà dicembre, ma i risultati non saranno disponibili prima di metà luglio quando tutto va bene, e a settembre inoltrato quando le cose sono più complesse.
Verso fine maggio inizi a riconoscere facilmente i praticanti dagli avvocati veri, quelli che lo scoglio l’hanno già superato. I primi infatti si aggirano con aria un pò dimessa, e quando si imbattono nei loro simili si scambiano uno sguardo e scuotendo la testa si ripetono a vicenda “Nessuna novità. Bisogna attendere”. Sembra parlino di un parente malato, ma si riferiscono alla correzione dei compiti.
Improvvisamente, quando meno te lo aspetti, al tuo arrivo in Tribunale in una calda, caldissima mattina di luglio, con i pensieri ormai alle spiagge e alle donne, ti accorgerai di uno strano vuoto. Nessuna fila, nessuno che affolli il cortile fumando sigarette e sparando cazzate. Dove sono finiti i praticanti?
Il tuo cervello ti riporta sulla terra al grido di “Coglione! Svegliati! Sono tutti in Corte di Appello! Sono usciti i risultati”. Quando arrivi in Corte di Appello lo scenario è quasi apocalittico. Una folla invalicabile si accalca vicino alla piccola scrivania dove sono stati riposti dei fogliacci contenenti i risultati. Ognuno cerca la propria lettera.
“Dov’è finita la D?”. La “D” se l’è portata via qualcuno deluso dalla bocciatura, penso io, ricordandomi che proprio con la “D” cominciava il cognome del fenomeno che avrebbe lasciato la casa coniugale alla moglie senza combattere.
Qualcuno piange. Altri ridono nervosamente, ma non si capisce se lo facciano per la gioia del buon esito o come reazione alla bocciatura. Di solito non hai bisogno di cercare il tuo risultato. Arriverà sempre qualcuno prima di te che incrociandoti ti dirà: “Mi sembra che ce l’hai fatta. Io comunque l’ho SUPERATO”.
Quando qualcuno ti dirà così, ci sarà solamente una spiegazione: comincia a prepararti ad un altro dicembre nero.
L’ESAME SCRITTO 1/2
Febbraio 23, 2009
E arrivò anche per me il giorno dell’esame scritto.
Trattasi in breve di una prova prodromica all’esame orale e, in quanto tale, condizione necessaria per potersi fregiare del titolo di avvocato.
Dopo aver sperperato tutti i miei risparmi per l’acquisto di 6 testi commentati (penale, procedura penale, civile, procedura civile, leggi complementari e “Il cuore nel sesso” di Franco Califano. Si lo so, l’ultimo libro non è proprio inerente all’esame, ma considerando che non ho più una vita privata avevo ritenuto utile procurarmi un manuale di consigli su come avere successo con le donne), trascorsi la sera precedente all’esame a riporli accuratamente in una valigia, nella quale avrei poi inserito anche un paio di mezze minerali, una decina di pocket coffee, un paio di panini e un potente analgesico.
La mattina del d-day decisi di vestirmi di tutto punto per non sfigurare con i commissari di esame. Nella scelta influì molto il parere del segretario il giorno in cui mi iscrissi al consiglio dell’ordine, il quale vedendomi in abiti informali mi disse: “Ma il giorno della foto volete venire in giacca cravatta o no? Mica siete magistrati!”.
Dovete sapere che l’esame scritto di avvocato consiste in tre giorni di interminabile supplizio, che si sviluppa in base alle seguenti modalità:
Ore 6: sveglia (per i fortunati che pernottano nell’albergo adiacente al luogo dell’esame, la sveglia è posticipata alle 7.30)
Ore 7,30: si esce di casa
Ore 8: si parcheggia la macchina a distanza ragguardevole causa traffico impazzito, e si percorrono a piedi i due chilometri che dividono dal luogo del misfatto. Percorrendo la via Aurelia ho visto personalmente con i miei occhi centinaia di persone procedere a rilento, trascinando una piccola valigetta con gli effetti personali, indossando la faccia della sciagura, consci di andare incontro ad un sorta di martirio. Osservare uomini procedere in fila ordinata, ammutoliti, con rassegnazione, potrebbe evocare nelle persone più anziane ricordi sinistri e macabri.
Ore 8,30: comincia l’assembramento di fronte al proprio padiglione.
Ore 9: le porte vengono aperte, considerato che l’esame dovrebbe cominciare alle 9,30.
Ore 14: l’esame ha inizio.
Le quasi cinque ore di ritardo sono facilmente motivabili. Una grossa fetta degli esaminandi presenti attende con indolenza fuori dal padiglione, pronunciando frasi sconnesse quali: “Sto aspettando Catanzaro”. Solo chi ha sostenuto l’esame può sapere cosa intendo.
Altro tempo viene perso nel corso dell’espletamento di rigorosi controlli alle borse, seguiti nei casi estremi da vere e proprie perquisizioni corporali. Ho visto gente essere espulsa per aver nascosto in luoghi dove non batte il sole microscopici ovuli contenenti appunti del Torrente o del Fiandaca.
Durante l’esame, che dura 7 ore, le donne incinte sono trattate al pari di chiunque altro: come le bestie. Un solo bagno agibile per ogni padiglione, peraltro sempre occupato, uin pò per improvvisi bisogni corporali causati dalla strizza e dai pocket coffee, un pò perchè al bagno si cerca di copiare dai propri appunti, e si cerca anche di fumare.
Vedere tanta gente leggere in silenzio circondata dal fumo mi fa immediatamente pensare al periodo della Parigi bohemienne, dove l’arte si respirava in caffè letterari. Devo ammettere, però, che qui l’ambientazione è decisamente diversa e meno affascinante. Mentre aspetto di consultare i miei appunti nascosti tra la lingua ed il palato, sperando che siano ancora leggibili, il tipo che occupa il bagno da mezz’ora ne emerge tutto sudato. Gli chiedo speranzoso: “Hai trovato qualcosa di buono?”
Mi risponde: “Mah, no, è da una settimana ormai che ha un colore così. Deve essere il pancreas”. Deduco che la sua mezz’ora nella toilette non sia stata dedicata alla ricerca ossessiva della sentenza ad hoc per la redazione del parere.
Per consolarlo gli offro un pocket coffee. Se lo mangerà passerà un’altra mezz’ora al bagno, così compromettendo il suo esame, a mio assoluto vantaggio. Mors tua vita mea diceva qualcuno.
Perchè occorre sapere che gli esami da avvocato non sono concorsi, ma non è previsto che la percentuale di promossi superi una certa soglia. Statistiche alla mano ci si attesta sempre intorno al 25% di successo.
Durante la prova, bisogna essere cauti nel comprendere quale dei tuoi tanti vicini di posto potrà esserti utile e chi invece è lì solamente per seminare scompiglio tra i presenti. Probabilmente alcuni sono dei perversi nullafacenti che si divertono a trascorrere così tre giornate pre-natalizie, illudendo potenziali avvocati di essere preparatissimi sulle domande di esame, al solo scopo di farne bocciare il più possibile.
Commissari di esame si aggirano tra i banchi, e ogni tanto afferrano qualcuno per il bavero e lo trascinano nel retrobottega per interrogarlo. “Stava copiando, lei?”. Il lei è di rigore. Mi ricorda molto il metodo della Stasi. Alla fine il giovane confesserà tutti i suoi misfatti, tra cui l’aver rubato una mela in seconda media, ma solo per fame, e con lui si trascinerà in una nuova bocciatura tutti i complici…
Continua…
LE ESECUZIONI IMMOBILIARI
Febbraio 18, 2009
La sezione delle esecuzioni immobiliari ha perlomeno il vantaggio di non trovarsi in un sottoscala, il che equivale già ad un piccolo privilegio nell’oasi di infelicità che il Tribunale di Roma rappresenta.
Ma siccome di privilegi sembravano essercene troppi, qualche anno fa, a seguito di un enorme scandalo, le regole di sezione si sono fatte più rigide. Per consultare un fascicolo è necessario ormai prendere un appuntamento.
Per questo mi sono vestito bene, come mi hanno insegnato a fare per i primi appuntamenti, e mi sono portato un mazzo di rose, “che non si sa mai”, come dice mio padre (ormai, data la mia frequentazione dei vari Tribunali e conscio come sono dei tanti imprevisti a cui vado incontro ogni giorno, la sua frase la ripeto spesso anche io).
Resisto imperterrito alla morsa di calore che circonda quel luogo privo di finestre, che nel mese di luglio raggiunge con facilità una temperatura piuttosto lontana dai limiti di sopportazione umana.
Mi metto in fila. Ormai è un gesto istintivo per me. Anche per strada, se scorgo in vicinanza una fila, mi ci accodo. Gli amici si trovano spesso a tirarmi fuori da file ultimamente. Brutto segno.
Un avvocato molto anziano si lamenta dei modi sbrigativi dei cancellieri, che lo obbligano a mettersi in fila come tutti gli altri. Anche lui per toccare e baciare il suo fascicolo avrà bisogno di un appuntamento, mi sembra giusto.
L’anziano si cimenta in una reazione fin troppo furiosa, che nel giro di pochi secondi lo fa svenire in terra, privo di sensi e, credo, di aria, che sembra non filtrare più in quel loculo grigio.
In quello stesso istante una donna si fa largo tra noi presenti in fila, intenti ad asciugarci il sudore.
Si fa largo al grido di “Sono incinta! Sono incinta!“.
Non si tratta nè della comunicazione di una lieta notizia, nè della ricerca di aiuto, ma è semplicemente il segnale utilizzato per non farsi aggredire dai colleghi in fila a cui sta passando davanti, come da prassi.
Passando quasi calpesta quel povero uomo che giace esanime in terra, e un collega indignato pronuncia questa frase: “E’ una vergogna!”.
Io lo guardo e annuisco, in effetti è una vergogna.
“Si, adesso fingono anche di essere incinte pur di saltare la fila. Guarda collega, non ha un filo di pancia, sta bluffando!”.
Un conato di vomito mi pervade l’intestino. Credo di non essere ‘incinto’ nemmeno io, ma forse so da dove proviene la mia nausea.
“Io ero dopo di lei?”, mi chiede un uomo. Mi giro, è l’anziano svenuto. Si è ripreso. Peccato, perchè in realtà era prima di me in fila.
ESECUZIONI MOBILIARI. ALL’ATTACCO!
Febbraio 17, 2009
Se si trattasse della realtà, la scena sarebbe circondata di giornalisti e fotografi, intenti a raccogliere testimonianze di un assembramento inspiegabile di gente, intenta a spintonarsi.
Trattandosi del surreale scenario delle esecuzioni mobiliari del Tribunale, di giornalisti non vi è traccia.
Di esseri umani intenti a spintonarsi, che di umano ormai mantengono solo il nome, quelli si, ce ne sono parecchi.
Ho visto alcune donne indossare giacche stile anni ‘80 con larghe spalle, ma non per un particolare gusto estetico, quanto semplicemente per proteggersi dagli assalti di colleghi di sesso maschile, più prestanti di loro e in quanto tali pericolosi. Sono giacche rivestite da speciali protezioni, simili a quelle dei giocatori di football americano.
La prima volta che misi piede alla sezione esecuzioni mobiliari mi fu dato un sinistro avvertimento: “Occhio alla borsa”. Senza voler approfondire tale aspetto, mi ritrovai in men che non si dica per la selva oscura, che la diritta via era smarrita.
Le udienze si celebrano alle ore 9,30, ma alle 9 i colleghi si accalcano fuori dalle aule in attesa del segnale, pronti a scatenare l’inferno.
Solitamente alle 9 fa la sua comparsa la cancelliera, che armata di fascicoli si fa strada tra la folla, timorosa di essere coinvolta nell’assalto a cui assisterà nel giro di secondi.
Appena viene aperta la porta dell’aula di udienza, i presenti si precipitano alla ricerca del proprio fascicolo tra quelli appoggiati sul tavolo, arraffandone alcuni a caso e cercando di pescare quello giusto, per poterlo così riporre sulla scrivania del giudice e creare il famoso “mucchio”.
Senza mucchio non c’è udienza. Appena il giudice farà capolino nella stanza, le 150 udienze giornaliere tutte fissate per le ore 9,30 saranno ordinate sulla sua scrivania, in base all’ordine creato dagli avvocati al loro arrivo, dopo l’assalto ai fascicoli a colpi di “egregio collega, si levi dalle balle! quello è il mio fascicolo”.
Le udienze si celebrano in maniera sbrigativa, tra la produzione di una dichiarazione di terzo, una richiesta di assegnazione delle somme ed un rinvio.
Alle 10 in punto la sezione è già deserta.
Se fosse un film sarebbe una di quelle storie fantascientifiche in cui gli alieni invadono il pianeta e in pochi minuti distruggono tutto.
Mentre raccolgo la mia borsa, amaramente calpestata da centinaia di persone, cammino con circospezione alla ricerca di sopravvissuti. Sotto alla scrivania vedo la cancelliera, che mormora in silenzio: “Siamo salvi, sono andati via tutti”.
Le faccio un cenno di comprensione, come a farle intendere che faccio parte dei buoni, quelli che nel film salvano il mondo, e le tendo la mano.
Un’altra dura giornata è volta al termine.
LA TOGA
Febbraio 14, 2009
Oggi il mio nuovo dominus mi ha comunicato una notizia di una certa rilevanza per la mia futura carriera. Domani dovrò presenziare alla mia prima udienza. In Corte d’Appello!
Quasi non riesco a crederci quando lo comunico ai miei familiari, e mia madre ritiene doveroso trascorrere le ore successive a comunicare telefonicamente la buona nuova a tutti i parenti. “Simone va in udienza!”.
Le risposte della nonna sono troppo di parte per essere citate, ma uno zio ha commentato con entusiasmo: “Adesso possiamo stare più tranquilli con un nuovo avvocato in famiglia!”.
Mi sento piuttosto onorato, e devo ammettere che anche per strada mi sembra di essere osservato in modo diverso. Sento dentro di me una nuova consapevolezza, sono conscio del fatto che molte porte stanno per aprirsi davanti al mio radioso futuro, sono così emozionato che avverto come la sensazione di essermi dimenticato qualcosa.
Quando arrivo a casa trovo a ricevermi un comitato di accoglienza degno di quelli riservati ai capi di Stato in missione estera e, giusto il tempo di poggiare la borsa, un improvviso sudore freddo mi assale. La toga, mi sono scordato di rimediare una toga!
Il panico si impossessa di tutti i presenti. Ci infiliamo in macchina e corriamo alla ricerca di una toga, dopo che con educazione ma con risolutezza ho rifiutato di indossare la tunica che mia madre comprò in Tunisia 25 anni fa. Sono le 7, abbiamo i minuti contati. Mio padre guida, mentre mia madre sventola un fazzoletto bianco dal finestrino per evitare l’ingorgo. Io intanto mi nascondo sotto al sedile per la vergogna.
Dopo aver speso 350 euro per la toga con le mie iniziali ricamate, trascorro la serata a farmi fotografare dalla mamma, che sembra molto fiera di vedermi nei panni di un avvocato serio.
La mattina seguente giungo in Corte d’Appello, dove la guardia giurata mi accoglie con un “Aho, nun ce serve gnente qua, mica sarai un vu cumprà?”. Probabilmente l’idea di indossare la toga sin da casa non è stata propriamente felice.
Giunto in aula il panico si impadronisce di me. Nessuno indossa la toga.
Chiedo spiegazioni ad un futuro collega che sembra avere una certa esperienza, e mi risponde così: “Guarda, di solito c’è qualche ragazzetto come te che se la va ad affittare qua sotto e poi ce la facciamo prestare tutti a rotazione”.
Prima scoperta: la toga si poteva anche affittare, e l’operazione mi avrebbe fatto risparmiare ben 345 euro.
Imperterrito mi avvio verso lo scranno della Corte, conscio del fatto che sono proprio io ad indossare la toga più bella.
Giunto il mio turno, io e la controparte ci schieriamo davanti ai giudici. Io ho studiato a lungo le carte ieri sera, e sono pronto a parlare per ore per sostenere le ragioni del mio cliente. Il Presidente ci chiede cosa intendiamo fare, e la mia controparte dice: “mi riporto”. Nessuno ritiene di chiedere la mia opinione, e così faccio la seconda scoperta: l’udienza è finita.
Tempo totale: 35 secondi circa, decimo più decimo meno. Media costo della toga per secondo: 10 euro per ogni secondo. Più o meno quanto guadagna Beckham. Fu la prima e unica volta che la indossai.
A casa mia a distanza di anni circolano ancora quelle graziose foto con la toga. Servono a mio padre a pensare che in realtà io sia un pochettino più importante di quello che sono davvero: il ragazzo delle fotocopie.
In quanto alla toga, ci ho svoltato più di un carnevale. Ormai il costo l’ho più che ammortizzato.
I PARAFANGHI
Febbraio 11, 2009
Presto scoprii che le “materie affini” stavano a significare quelle trattate presso il Giudice di Pace, che di giuridico hanno poco o niente.
Il mio dominus era un vecchio avvocato prossimo alla pensione, che si era arricchito come parafangaro e tale era rimasto, nonostante il calo del lavoro.
Bisogna sapere che dei circa 20mila avvocati che affollano il Foro di Roma, un buon 40% si mantiene grazie agli incidenti stradali, l’”infortunistica stradale”. Ora, non ci sarebbe niente di male, le questioni assicurative possono essere complesse ed interessanti, ma la gran parte dei “parafangari” sembra preferire un metodo alternativo per sbarcare il lunario rispetto a quello che sarebbe concesso ad un avvocato degno di questo nome.
La prassi vuole che una fetta consistente dei risarcimenti a seguito di incidente stradale non sia decretata da un giudice, ma venga elargita da un liquidatore delle compagnie assicurative.
Una mattina il mio nuovo dominus mi ha mandato in missione presso il centro di liquidazione della Compagnia di Assicurazioni Alfa. Una pletora di esseri umani affollava quella piccola sala d’aspetto con l’aria speranzosa, che con il passare delle ore tendeva a farsi malinconica.
Al momento del proprio turno, il “fortunato” si precipitava nella stanza del liquidatore, pronto a mettere in scena un bluff degno del miglior giocatore di poker. “Io ho 3 punti di invalidità, Johnny” “Secondo me non hai un cazzo, Frank, sarà il mio CTP a stabilirlo”. Piano piano i toni dell”avvocato” si fanno più dimessi, e di solito si finisce per accettare le offerte del liquidatore, uscendocon un bell’assegno in mano intestato al cliente.
Le lamentele nella sala d’attesa sono estremamente fastidiose. “Mi ha dato solo mezzo punto, è incredibile!” “Mi ha addebitato il 50% di responsabilità, è una vergogna!”. Al che mi viene un dubbio e butto lì una frase. “…Ma… perchè non vi fate la causa così otterrete ciò che volete?”. Gli sguardi dei presenti mi intimoriscono e mi fanno sentire inappropriato. Devo aver sparato una grossa cazzata. Me ne pento amaramente e mi giustifico da solo adducendo banali scuse sull’inesperienza.
Un’ora dopo sono fuori anche io, con un assegno intestato al cliente per un importo molto più basso rispetto alle mie aspettative. Uno dei tizi che mi aveva guardato con sospetto poco prima si avvicina e mi fa: “Senti, ma com’è questa storia della causa?”. La sua domanda mi lascia basito, e voglio solo sperare che non sia un avvocato. C’è un solo modo per scoprirlo. “Ehi, guarda, il furgone delle notifiche!“. Si è girato a guardare. E’ un avvocato. A cui dovrò spiegare come fare una causa.
ADDIO, PENALE CRUDELE
Febbraio 11, 2009
La mia breve carriera nel penale mi è costata molta fatica.
Abituato com’ero ai ritmi da universitario, mi costava parecchia fatica trascorrere i sabati in carcere a portare le arance e buone nuove ai detenuti.
La cosa che sopprtavo meno erano le cene con i clienti. Ora, nei nostri soliti sogni di avvocato televisivo, il cliente si identifica sempre con una bionda in minigonna, rappresentante di una multinazionale del tabacco. Se siamo sfortunati si tratterà di uomini, ma pur sempre rispettabili e di bella presenza.
Nel caso del penale no, i propri clienti sono quei tipi di persone che non sarebbero invitati a cena nemmeno dalle madri (vedi apposito feed). Ecco, dalle loro madri no, ma da noi avvocati si.
L’aspetto drammatico di certe cene non è il tenore delle conversazioni – piuttosto sboccate e in quanto tali anche divertenti – quanto i luoghi in cui esse si celebrano.
Non so per quale motivo quando sono stato a cena con i miei clienti dell’ambito penale le cene si celebravano in ristoranti a picco sul mare o sul lago, con enormi vetrate a dividerci dal panorama. Si respirava un’aria un pò così, che mi faceva sempre guardare alle spalle e qualche volta mi pareva anche di sentire in sottofondo la musica del Padrino.
Ho avuto conferma dei miei timori quando ho visto che il gestore del locale ci chiedeva sempre gentilmente di accomodarci in un tavolo lontano dalla vetrata, forse temendo che una improvvisa sparatoria potesse fare fuori tutti quei cristalli. Gli avvocati sarebbero potuti morire, i vetri no.
Beh, del penale mi ero proprio stufato e così decisi di cambiare dominus.
Quello nuovo si occupa di “diritto civile e materie affini”, come risulta dalla sua carta intestata. Devo ammettere che non si tratta di una bellissima presentazione, ma avendomi offerto la possibilità di gestire pratiche personali, voglio sfidare la sorte. In fondo, materie affini cosa mai potrà significare?
CHI E’ L’ULTIMO – PARTE 2
Febbraio 10, 2009
Gli avvocati tradizionali li riconosci facilmente.
Se li incontri in luoghi pubblici li riconosci perchè sono quelli che con noncuranza cercano di procacciarsi i clienti, “guadagnandosi” tutte le pratiche di seconda mano più rognose, che i loro omologhi delle law firms internazionali hanno snobbato prima di loro.
Ma ci sono tanti altri modi per riconoscerli.
L’altra sera sono uscito, sono stato in un disco-pub, uno di quei posti che si distinguono dal pub tradizionale perchè tutti sono in piedi e perchè dei 3 baristi presenti 2 sono impegnati a lanciare bottiglie per aria simulando grande allegria, mentre uno lavora anche per loro e cerca di contenere gli assalti al bancone di decine di assetati vogliosi di divertirsi almeno quanto i baristi-giocolieri.
Provo una grande empatia per quel povero barista, in cui mi immedesimo parecchio. Ecco, se il disco-pub fosse uno studio legale, lui sarebbe il praticante.
Al bancone del disco-pub la gente si affolla senza ordine, sperando di essere servita il prima possibile, ignorando la vera logica con cui il barista li soddisfarrà. Prima le ragazze carine, poi quelle medie, poi gli amici, poi le ragazze brutte e poi tu.
Mentre aspetto imperterrito il mio turno a distanza ragguardevole dal bancone e dal mio obiettivo, un ragazzo cortese si avvicina e mi chiede: “E’ lei l’ultimo?”.
Qualcuno si gira e lo guarda sorpreso. Io mi limito a rispondere “dottore, sono io l’ultimo”.
Al che lui replica “Avvocato, sono avvocato!”. Deve aver superato l’esame da poco, penso io, mentre i miei amici mi domandano ingenuamente: “come facevi a sapere che era un avvocato?”.
Ed io rispondo: “la luccicanza”, lasciandoli interdetti.
CHI E’ L’ULTIMO?
Febbraio 10, 2009
La prima cosa che imparai alle elementari, nonostante una terribile sensazione di inadeguatezza, fu che tutto si può imparare.
La prima cosa che imparai all’università fu che con il giusto equilibrio tra studio, sacrifici e divertimento si possono trascorrere quattro ani piacevoli e stimolanti.
La prima cosa che imparai in Tribunale fu la necessità di chiedere “Chi è l’ultimo?” quando ci si aggrega ad una fila.
La prassi vuole che gli uffici giudiziari del Tribunale “Civile” di Roma siano strutturati in modo tale da obbligare i malcapitati avventori a tenere fisicamente una fila fino al disbrigo della propria pratica.
Entrando in un ufficio postale si sceglie il servizio di nostro interesse, si prende il numeretto relativo e si aspetta. Se si hanno 30 persone davanti si potrà uscire per fumare una sigaretta, consumare un caffè o sbrigare altre faccende, per poi fare ritorno più tardi.
In Tribunale no, tutto ciò non è previsto dal sistema.
Se mai vi troverete costretti – non ve lo auguro, davvero – ad iscrivere una causa a ruolo, dovrete recarvi intorno alle 8 presso un ufficio che apre alle 9, chiedere “chi è l’ultimo?” e mettervi in fila.
A questo punto diversi scenari potranno prospettarsi. Solitamente un buon quarto d’ora trascorre nella ricerca di chi sia il fortunato giunto in fila prima di voi. Questa ricerca scatena regolarmente una faida incontrollabile tra i presenti, che si lanciano in maledizioni contro gli assenti, che non consentono di ricostruire compiutamente l’esatto ordine della fila.
Di norma davanti a voi avrete solamente 5 o 6 persone, che però, con il passare dei minuti, si moltiplicano per osmosi.
Sarà tipico assistere all’arrivo di un anonimo tizio in giacca e cravatta che con grande scioltezza si farà strada in mezzo ai poveri questuanti dicendo: “io ero dopo il collega”. Il dubbio è: quale collega, visto che dopo le 9 di avvocati ce ne saranno 70.
A questo punto il fenomeno chioserà con un “il collega con la cravatta”. La stanchezza è già tanta che qualsiasi velleità combattiva lascia il posto alla rassegnazione. Si dice anche che qualcuno nasconda in borsa dei nani addestrati che possono resistere ore senza respirare, e ai quali distribuiscono altri numero, in modo da non dover sostenere la fila due volte di seguito.
Anche alle iscrizioni a ruolo occorre contenere gli assalti delle ragazze delle notifiche (vedi apposito feed).
Sono sempre tante, e passare davanti a loro è piuttosto difficile. Di solito organizzano il sistema, dandogli un pò d’ordine, distribuendo dei numeretti prima dell’apertura dell’ufficio, in modo che la fila possa seguire un corso più logico. Il problema è che anche provando ad arrivare all’alba all’ufficio iscrizioni, al momento di formulare la fatidica domanda “chi è l’ultimo?”, ci si sentirà rispondere: “ci sono i pre-numeri”.
Dopo averne scoperto l’ubicazione si scoprirà con rammarico che alle 7.45 si è in possesso del numero74, anche se sul luogo sono presenti tra le 5 e le 10 persone che con gli occhi bassi e gonfi di sonno sfogliano un giornale raccattato nella metropolitana. Qualche volta nelle lunghe ed interminabili file ho tentato di impossessarmi di uno di questi quotidiani, ma ho dovuto desistere, perchè emanavano un odore umano troppo forte. Poi ho scoperto con sorpresa che forse quei giornali servono proprio a ripararsi dal freddo nelle lunghe notti trascorse all’addiaccio fuori dal Tribunale, nell’attesa dell’apertura.
E non è finita qui.
Ho scoperto che molte ragazze delle notifiche trascorrono la notte su un piccolo furgone adibito ad ufficio mobile, pronte a partire in pole position non appena sorgerà il sole.
Molti avvocati più anziani sostengono che si tratti di una leggenda, ma io sono sicuro di aver avvistato quel furgone, e come me altri praticanti.
Credo che si tratti di un privilegio concesso a pochi, ed è difficile per tutti gli altri crederci sulla fiducia.
Mi viene in mente la scena di “Shining” quando il povero bambino parlando con il custode dell’Overlook Hotel scopre di non essere il solo a possedere il dono della luccicanza, e di poter vedere cose che gli altri non vedono.
Ecco, quando sono in fila e sento i miei omologhi parlare del furgone misterioso, io li guardo e muovo un dito su e giù proprio come il bambino di Shining.
E so che loro capiscono.
UN PO’ DI PENALE.
Febbraio 7, 2009
Gianmaria, il mio nuovo dominus, è un omone immenso dall’aria tetra che intimorisce facilmente il proprio interlocutore. In fin dei conti è una brava persona, e se paragonato ad Oreste, poi, la sua indole si avvicina molto a quella di Gandhi.
Non dovetti affrontare un vero e proprio colloquio con lui. Gianmaria mi fu presentato da mia madre, con cui frequentò il liceo molti anni prima. Quando mi resi conto che il difetto – o pregio – più grande di Gianmaria era quello di osservare il culo a pressochè tuute le donne che gli passassero davanti, ebbi una sensazione poco piacevole al quale associai mia madre, ma cercai di reprimerla, conscio del fatto che dirgli addio avrebbe significato per me perdere quel piccolo grande privilegio: i 350 euro mensili.ovviamente in nero.
Si trattava di solito di assegni girati provenienti da uno dei mescaleros che frequentavano il suo studio. Clienti talmente poco raccomandabili che non sarebbero stati invitati a cena neanche dalla loro stessa madre. Altre volte mi pagava in contanti, e contando i soldi che mi passava ogni mese – “contali sempre, non mi offendo mica, è un fatto di correttezza” – avevo spesso l’impressione che la genuinità di quelle banconote non fosse così garantita. Quando mi passò tra le mani una banconota da 50 euro in cui invece dei ponti rinascimentali erano raffigurati due grigi cavalcavia della Salerno – Reggio Calabria, il sospetto si tramutò in certezza. Abbozzai come sempre e mi apprestai ad affrontare l’ennesima giornata di duro lavoro.
Gianmaria era un penalista. Appena misi piede in Tribunale penale mi resi conto che lui non era il solo ad essere imponente ed inquietante. Tutti gli avvocati penalisti indossavano maschere simili a quella di Scary Movie, con profonde occhiaie a solcare i loro visi tirati, ed un abbigliamento piuttosto formale a renderli più umani. Capii immediatamente che con il mio metro e 70 (metro e 72 con le scarpe nere che mi aveva regalato una mia ex troppo alta) non sarei mai diventato un vero penalista.
Nel piazzale che divide i tre edifici principali si può assistere ad una serie di riti e gestualità degna del miglior cinema muto. Il penalista affermato accenna un ghigno terrificante ad un inserviente, in quello che probabilmente deve essere un saluto ma che a me appare come una minaccia. Un altro avvocato scopre con nonchalance un rolex di gran valore, tirandosi su il polsino della camicia con tanto di gemello d’ordinanza. Lo zingaro che attende la convalida d’arresto della moglie si pulisce il dente d’oro. Guardando me sicuramente penserà che in fondo c’è chi sta molto peggio di lui.
Si fuma molto a piazzale Clodio, il regno del penale. Quando tornavo a casa nel mio periodo del penale potevo sentire addosso quell’odore di nicotina per settimane intere. I penalisti li puoi riconoscere all’olfatto. Sanno di sigaretta e a volte loro malgrado anche un pò di pipì, perchè i bagni del Tribunale penale sono quanto di più lontano dal concetto di civiltà occidentale.
Una mia cara amica, Marcella, è praticante come me. E frequenta il penale. Fuma più di Clint Eastwood e guardandola parlare di misure cautelari mi rendo conto che è qualcosa di molto lontano dall’idea di femminilità che ancora si affaccia ogni tanto nella mia testa. Marcella si incazza spesso con i cancellieri del penale. É piuttosto comune per chi frequenta gli ambienti di Piazzale Clodio entrare in una cancelleria e sentirsi chiamare “Avvocà”, anche se si è in possesso del tesserino da praticante da poco più di 24 ore. Per una donna è diverso. Le donne sono “Signorina” o “Signora” e il discrimine giace solitamente nel superamento dell’esame da avvocato. Discutiamo per una mezz’ora di questa ingiustizia, finchè ognuno fa ritorno alle sue incombenze da praticante. Nel salutarla vorrei suggerirle che se continua con questo ritmo da fumatrice ci metterà ben poco ad essere scambiata per un uomo, almeno dalla voce, ed essere così finalmente chiamata “avvocato”, ma decido di risparmiarle questo ulteriore supplizio.
Quando esco saluto con un cenno la guardia giurata, e mi fermo un istante ad osservare gli uccelli che numerosi affollano il cielo plumbeo. Sono storni. Gli storni cagano con una frequenza impressionante, devastando le strade sottostanti. Sono una piaga per la zona “Prati” di Roma. Ho anche riflettuto sul fatto che gli uffici giudiziari di Roma sono ubicati proprio in Prati. Ho voluto pensare che si trattasse solo di una curiosa coincidenza. Altrimenti avrei dovuyto ammettere che anche gli uccelli ci cagano addosso a noi avvocati.